● Categoria: telefono, chiamate, sms.
1. Non chiamare mai per prima. Se gli interessi, lo fa lui.
2. Non mandare sms per prima. Se gli interessi, ti scrive lui.
3. Non mandare sms dolci. Ti prende come un’appiccicosa.
4. Non invitare per prima fuori. Cavalleria prima di tutto.
5. Non ti chiama, scrive, cerca? Aahahah!! Poverino!
6. Avere almeno tre, quattro riserve da chiamare, nel caso.
7. Una chiamata o un sms per dare buca all’ultimo momento è obbligatoria almeno una volta su cinque.
8. Se sai che ti deve chiamare, spegni il telefono almeno una volta su cinque.
9. La scusa più opportuna è sempre quella che sei senza credito.
10. Se sei senza credito, fatti fare una ricarica.
● Categoria: comportamento razionale diretto.
1. Non cercare i suoi baci. Non ti servono.
2. Mai andarci a letto prima di un regalo costoso (almeno hai il regalo).
3. Se ti cerca fa la sostenuta per qualche minuto.
4. Mentirgli su tutto.
5. Farsi pagare tutto: alla fine mica te l’ho chiesto io di uscire…
6. Farsi venire a prendere a casa.
7. Non ridere alle sue battute sceme.
8. Sorridi ai complimenti, ma non ricambiare. Lo sai di essere figa.
9. Fai in modo che diventi il tuo zerbino.
10. Fatti fare regali costosi.
● Categoria: comportamento razionale indiretto.
1. Non cercare la sua approvazione. Non ti serve.
2. Non sentirti sua. Sei di tutti e di nessuno.
3. Tenerlo sempre sulle spine.
4. Non dire mai dove vai, con chi sei, cosa fai.
5. Mentirgli: su tutto.
6. Non cercarlo mai per prima.
7. Mistero sempre, comunque e ovunque.
8. Trattalo come un passatempo: hai altro da fare, no?
9. Farsi sempre prima i fatti propri. Poi vengono i passatempi.
10. Fagli credere (o meglio fallo davvero) che non è l’unico.
1. Non ti deve mancare: stai bene da sola.
2. Non ti deve battere il cuore: stanne alla larga se è così.
3. Mentire a te stessa: su tutto. Meglio che accettare la realtà.
4. Essere indipendenti. Non hai mica bisogno di qualcuno, spero!
5. Non agire mai d’impulso. Pensa.
6. Non dare mai certezze, non pensare di avere certezze.
7. Sei arrabbiata? Take it easy! Fatti una corsa, fai shopping, ma lui non deve sapere.
8. Sei gelosa? Mandalo a fanculo subito, senza problemi.
9. Triste? Ma che cavolo, esci con la riserva!
10. Orgogliosa? Sempre, ma sempre sempre.
● Categoria: utilizzo del sesso.
1. Il sesso principalmente è solo un mezzo per divertirti tu ed ottenere ciò che vuoi dagli uomini: ubbidienza, subordinazione, docilità.
2. Il sesso è un’arma: studiane i segreti perché ti darà modo di controllare gli uomini che potrai utilizzare a tuo piacimento.
3. Tu puoi avere un rapporto sessuale con un uomo più o meno quando vuoi. Questo ti pone in una situazione di consapevolezza e superiorità concreta rispetto a loro che, invece, devono sudare sangue. Tienilo a mente.
4. “Sesso” non vuol dire dargliela. Con poco sforzo puoi tenere in pugno quanti uomini vuoi, anche contemporaneamente.
6. Se proprio hai deciso di dargliela fai che sia solo per divertirti tu o per farlo diventare dipendente da te.
7. Quando un uomo ottiene tutto quel che vuole di sente appagato: non far mai sentire un uomo appagato, lo avrai in pugno.
8. Quando litighi con lui rinfacciagli sempre il sesso…Ricorda che la frase magica da dire sempre è: “Hai fatto i tuoi porci comodi eh?!?”
9. Se hai rapporti regolari e lui ha voglia, almeno una volta su cinque inventa una scusa e lascialo cucinarsi nel suo brodo.
10. Qualsiasi cosa tu faccia ad un uomo, ragazzo o marito che sia lui sarà disposto a perdonarti in cambio di un po’ di sesso. Usa questa loro debolezza e colpisci!!!
1. L’uomo, in genere, va lasciato sempre dopo un certo periodo (variabile da caso a caso).
2. Se un uomo comincia a piacerti sul serio, devi lasciarlo prima che la tua psiche ed il tuo senso di simpatia, amore, affezione o la tua “voglia di tenerezza” (se ne hai) ti ponga in una situazione di sottomissione, anziché di dominio.
3. Prima di lasciare un uomo (od uno dei tuoi uomini) accertati di avere già disponibile una o più ruote di scorta.
4. Quando lasci non farti mai e poi mai prendere da un senso di rimorso. Anche le mele sono “belle e buone”, ma ti servono per nutrirti. Così sono gli uomini: più sono “buoni”, più te li devi mangiare (per nutrirti di ciò che vuoi), dopodichè il torsolo lo puoi buttare.
5. Quando lasci un uomo, soprattutto se avete amicizie in comune, “accetta” che stai facendo – dal suo punto di vista – “qualcosa di cattivo”. Semplicemente sbattitene di tutto e di tutti. La cosa importante è il tuo appagamento. Se gli altri non sono d’accordo non sono problemi tuoi.
6. Quando lasci, fallo di colpo, senza avvisaglie, di punto in bianco. In modo da spiazzare totalmente la tua “vittima”. Non dare mai segnali di nessun genere.
7. Ignora sempre, sempre un uomo che hai mollato.
8. Non dare mai spiegazioni. Più te ne chiederà, più lui cucinerà nel suo brodo e tu lo avrai ai tuoi piedi, se lo vorrai “utilizzare” ancora in futuro.
9. Se proprio devi dire qualcosa ad un uomo che lasci, non dire mail la verità. Menti, menti spudoratamente. Più le bugie che dirai saranno grosse, più l’uomo psicologicamente tenderà a crederle e a prenderle per “verità assolute”.
10. Non ascoltare mai, dico mai, le frasi dei tuoi amici o parenti. Tipo: “Non dovevi lasciare Carlo. Lui si che ti voleva bene”. La vita è la tua e queste asserzioni idiote ledono la tua autostima ed hanno un’azione subdola, molto negativa sulla tua psiche. Di conseguenza su di te.
● And last but not least:
Non piangere mai. Se lo fai, hai perso la partita. Abbi sempre classe. Non cadere mai nel volgare.
Quando una femmina ha voglia di cambiamento c’è un pericolo incombente, per chi le sta attorno.
E le motivazioni possono essere molteplici.
Analizziamole (si, ho 15 minuti in cui non ho un cazzo da fare…e allora?):
1) pensa che la sua vita non è soddisfacente (con buona pace di mariti e fidanzati).
2) Avverte il desiderio della maternità (un vero problema, se arriva alla mia età).
3) Sente che sta per andare in menopausa (anche questo è un problema, ma non mi riguarda. No, non siamo costretti a rileggere il punto due. Non voglio ancora scetarmi alle 5 di mattina con un bimbo che mi strilla nelle chiocche).
4) Non ha gratificazioni dalla sua vita professionale (molto piacere! Sono una precaria!)
5) Si guarda allo specchio la mattina e pensa che vorrebbe che il suo compagno fosse un visagista.
6) Crede che il suo parrucchiere utilizzi le bombe a mano, per tagliarle i capelli.
7) Ha gli ormoni che ormai le sguazzano in corpo fanculizzando neuroni e materia celebrale.
8) Ha bisogno di emozionarsi, sente che vuole nutrirsi di passione (che bello sarebbe trovarla in merceria!)
9) E’ stata in un ufficio postale di Napoli ed ha capito che il mondo è tutto lì dentro (tra bollette, tasse, mortiate varie e guardate storte).
10) Ha 15 minuti liberi e comincia a riflettere (facendo vagare la mente conclude che non vuole un nuovo taglio di capelli, che un nuovo paio di stivali non colmerebbe quel vuoto, che ha già provveduto a svaligiare il primo negozio di abbigliamento utile ed economico e che, quindi, ben poco le resta…)
Si. Io ho voglia di cambiamento.
Ma voi che dite? Lo cambio il template del blog?
Ieri sera, ore 23.30 circa. Nei pressi di casa mia c’è un bar nel quale sono entrata per prendere un caffè. Si, io prendo il caffè anche a mezzanotte se ho voglia di provare uno dei piaceri della vita: il connubio tra caffeina e nicotina. Detto questo – non tergiverserò, state tranquilli – stavo allegramente fumando davanti all’ingresso della suddetta attività commerciale quando sono arrivati due tizi che conosco di vista. Uno è un meccanico che ha un’officina qui vicino, piuttosto famoso per il suo passato durante il quale si divertiva ad appoggiare un filo di cotone bianco sulla spalla di chi aveva appena effettuato un cospicuo prelevamento in banca. E’ famoso anche per gli anni che ha scontato a Poggioreale e per quelli che s'è fatto ai domiciliari. Ignoro il suo nome di battesimo. Tutti lo chiamano “Patanaro”. A dir la verità preferisco ignorare anche il motivo che ha spinto i più a dedicargli questo soprannome. L’altro è un ragazzo che per campare ha deciso di dedicare le sue mani allo scassinamento di porte, portiere, portoni. Vabbuò, fa il mariuolo. Il soprannome del secondo elemento non posso riportarlo qui. Rischierei di vedere il mio account disattivato nel giro di pochi secondi e di ritrovarmi l’FBI fuori la porta. I due mi salutano educatamente, mi chiedono se avevo già preso il caffè, appreso che non erano costretti ad offrirmelo (da queste parti, nel Bronks, quando vedono una ragazza nei pressi di un Bar quanto meno chiederle se ha già consumato qualcosa è d’obbligo) , hanno iniziato a chiacchierare tra loro. Ovviamente io ero tutt’orecchi. Riporto l’intercettazione ambientale:
“Uè Patanà”
(trad: uè Patanaro)
“Oh guagliò, ttappò?”
(trad: ciao ragazzo, tutto ok?)
“Patanà ‘e ccos’ nun’ vann bbon”
(trad: Patanaro, le cose non vanno per il verso giusto)
“Che è stat?”
(Cosa è accaduto?)
“Mah nient’. Quesso è i pobbema”.
(Nulla. E’ proprio questo il problema)
“A fatic?”
(Alludi al lavoro?)
“Eh. Mannagg’ a culonn’ re sord! Tenev ‘mman duemila euri e me l’agg’ vist e scippà”.
(trad: si, accidenti ai soldi! Avevo tra le mani un affare di 2000 Euro e mi è scappato)
“Chi se l’ha futtut?”
(Chi te l’ha fatto scappare?)
“No, nisciun. M’eva fa nu lavor’, ma po’ e ghiut’ a puttan’ tutt’ cos’. E mò stong’ a curt’. Ston g’ a problem’ patanà! Io nun teng criatur, tu o saje. Però che cazz! Saje quann t’e sient’ mman e sord’?”
(trad: no, nessuno. Avevo un lavoro da fare, ma è saltato tutto. Ora ho dei seri problemi economici, davvero sei mio caro Patanaro. Io non ho figli, ma che diamine! Hai idea di quando un bel mucchio di soldi te li senti tra le dita e subito dopo li vedi scivolare via?)
Patanaro ha guardato il ragazzo, forse ricordando i bei tempi andati con un pizzico di malinconia.
Gli ha messo una mano sulla spalla e con aria dolce, ma allo stesso tempo decisa gli ha detto:
“Guagliò, ma che bbuò? Tu staje arrubbann! Vuliss’ pur’ o ccafè vicin?”
(trad: ragazzo, non ti sembra di pretendere un po’ troppo? Tu stai rubando…Ti aspetti anche che il destino ti offra un caffè?)
P. (anche il soprannome del mariuolo comincia con la stessa lettera) guardava in basso, fissava le sue scarpe mentre ascoltava la voce dell’esperienza, quella di Patanaro continuare a parlargli:
“Nun l’e piglià accussì. Primm’ o poi coccos’ faje. Jamm’ mò ja. Pigliamm’c o cafè”.
(trad: non prenderla così male. Prima o poi riuscirai a concludere qualcosa. Sù, sù. Ora andiamo a prendere il caffè).
L’ha trascinato con sé all’interno del bar.
Intanto la mia sigaretta era finita.
Sto seriamente pensando di trasferirmi altrove.
Qualcosa c’è che vorrei scrivere. Ma non so cosa. O meglio: saprei anche quali parole utilizzare, ma per essere chiara ed estrapolare davvero dal cuore quello che vorrei spiattellare su “carta” seppur digitale, dovrei scrivere una lettera. Con tanto di “Caro” iniziale. Caro un cazzo! Diventerebbe un post mieloso, di difficile comprensione per chi non conosce la storia (due persone al mondo, a parte la sottoscritta) e non servirebbe ad una beneamata mazza. Uno psicologo – no, allo psichiatra non ci sono ancora arrivata – mi consiglierebbe di scrivere in terza persona. Per aiutarmi a prendere le distanze da quel che sto vivendo. Ma sto davvero vivendo quel che sto vivendo? O quel che sto vivendo vive esclusivamente nella mia testa? No, non chiamate il 118. Procuratemi un cuore nuovo, piuttosto. Cancellate dalla mia memoria alcuni ricordi che mi sto ostinando a non affossare in quella polverosa e nascosta stanza, ma che conservo vivi, colorati, traboccanti di gioia. Prendete un cassino…Tanto quei ricordi, quelle belle parole, tutto quel tempo speso, sono cose scritte col gesso bianco su una lavagna. Basterebbe un colpo solo. E verrebbe via tutto. Il problema è che la sottoscritta non riesce a farlo. Avrei bisogno di un’endovena di forza, una flebo di coraggio per fare quel che andrebbe fatto. Ed ora come ora, detto tra noi, non ci starebbe male una scarica di ossitocina. Per farmela avere basterebbe un abbraccio. Dato col cuore. Ma sono sola davanti al Pc. E il monitor – nonostante i passi da gigante della tecnologia – non ha ancora le braccia.
“No, non sono pessimista. Sono sfigata”. (cit.)
Non credo che oggi valga la pena scrivere qualcosa. Meglio il silenzio.
Dopo quel che ho vissuto l’altra mattina ho iniziato a pensare a quanto la lettera “G” sia ricorrente nella mia vita. Il mio “spirito guida” (si, quello che sogno spesso…) ha il nome che inizia con la lettera G, una persona della quale sono stata innamorata in gioventù, pure. La sera in cui sono partita, come sapete, ho incontrato Giggino ed alcuni giorni fa è stata la volta di Gioacchino. Precisiamo subito che il luogo in cui mi trovo, a Settembre, è meraviglioso: silenzioso, tranquillo. E’ vicinissimo al mare e circondato da terre da coltivare. L’altro giorno, alle 6.30 del mattino, sono stata costretta a sbarrare gli occhi. Mi alzo, preparo il caffè e quel rumore che aveva disturbato il mio sonno si fa man mano più insistente. Le mie occhiaie marcavano il viso, mi è sembrato anche di vedere una ruga guardandomi allo specchio. Decido di afferrare il toro per le corna e raggiungere il responsabile per pregarlo di smettere e darmi modo di dormire ancora un po’ o comunque di far riposare le chiocche consapevole del fatto che mi sarei beccata un sano “mavaffanculochiticonosce!!!”. Il rumore, per capirci, era quello di un trattore. Mi sono avvicinata al recinto che separava dal resto del mondo la terra dove quella macchina infernale stava compiendo il suo lavoro e alluccando con tutto il fiato che avevo in corpo, ho iniziato ad attirare l’attenzione del contadino che lo guidava: un uomo anzianotto, apparentemente settantenne, dagli occhi vispi, l’espressione furba. Indossava una camicia a quadroni blu, un paio di pantaloni verdi, quegli stivali in gomma con i quali puoi anche attraversare le sabbie mobili e un cappello di paglia consumato dal tempo. Era un tizio da incorniciare, se si ha il gusto dell’orrido. Il contadino miracolosamente mi sente dopo circa un quarto d’ora di allucchi, spegne il trattore e mi fa: “Che ghiè?” Non mi lascio intimorire dal suo linguaggio poco aulico, certa che ci saremmo capiti in qualche modo:
“Mi scusi, posso entrare un attimo? Avrei bisogno di chiederle un favore”… Non so se abbia capito davvero quel che ho detto, ma ha fatto un cenno dandomi il permesso di aprire il recinto e avvicinarmi a lui. Mentre camminavo è sceso dal trattore:
Mentre parlavo quel nano (con tutto il rispetto per chi convive con una bassa statura) mi guardava attentamente. Un po’ dappertutto. Pendevo dalle sue labbra, attendevo un cenno di approvazione che mi avrebbe garantito dormite a Padreterno per il resto della vacanza, quando questo mi dice: “Comungue io mi chiamo Gioacchino. Tu come ti chiami?” o.O
Io: “Teresa Pinto, piacere. Signor Gioacchino, allora? ”
Lui: “La terra ave bisogno d’esse cottivata ambresso la matina. Si s’ fa troppo taddi poi esce lu sole e mi va a buttane tutto. La ncappucciata, le pummarole, le mulignane, li meluni. Poi dipente, tu che mi dai per me fa lavorà tardi la madina? Io me sceto alle cingue tuttejuorne. Coccccos aggià fà”…
“Beh potrei prepararle un dolce, per il disturbo”.
“C’ho il diabbete”.
“Potrei regalarle una bottiglia di vino…”
“C’ho l’ipertensione”.
“Potrei comprarle un libro…”
“Unsacclegg’”
“Potrei regalarle un CD…”
“Uuuhhchèèè???”
Ero avvilita. Disperata. Priva di forze. Psichiche e fisiche. Non sapevo cosa inventarmi. Anche perché quello gnomo, intanto, mi squadrava dalla testa ai piedi in maniera piuttosto imbarazzante. Ad un tratto è arrivata in mio soccorso una donna che lo ha portato via. Era sua figlia. Si è gentilmente scusata per il casino che suo padre aveva creato e per l’atteggiamento che aveva avuto nei miei confronti (evidentemente il nano ha precedenti). Mi ha spiegato che Gioacchino è fissato in modo patologico con la terra, le pummarole e tutto il resto. Tant’è che la mattina presto lei e il marito sono quasi costretti a legarlo alla sedia per non farlo uscire ad usare il trattore. Pensandoci bene, però, mò glielo faccio lo stesso un regalo a Gioacchino: un cappello di paglia nuovo.