venerdì, 30 ottobre 2009 @ 16:20

Regole da seguire pedissequamente per sopravvivere all'ominide di razza maschile.

 

● Categoria: telefono, chiamate, sms.

 

1. Non chiamare mai per prima. Se gli interessi, lo fa lui.

2. Non mandare sms per prima. Se gli interessi, ti scrive lui.

3. Non mandare sms dolci. Ti prende come un’appiccicosa.

4. Non invitare per prima fuori. Cavalleria prima di tutto.

5. Non ti chiama, scrive, cerca? Aahahah!! Poverino!

6. Avere almeno tre, quattro riserve da chiamare, nel caso.

7. Una chiamata o un sms per dare buca all’ultimo momento è obbligatoria almeno una volta su cinque.

8. Se sai che ti deve chiamare, spegni il telefono almeno una volta su cinque.

9. La scusa più opportuna è sempre quella che sei senza credito.

10. Se sei senza credito, fatti fare una ricarica.

 

● Categoria: comportamento razionale diretto.

 

1. Non cercare i suoi baci. Non ti servono.

2. Mai andarci a letto prima di un regalo costoso (almeno hai il regalo).

3. Se ti cerca fa la sostenuta per qualche minuto.

4. Mentirgli su tutto.

5. Farsi pagare tutto: alla fine mica te l’ho chiesto io di uscire…

6. Farsi venire a prendere a casa.

7. Non ridere alle sue battute sceme.

8. Sorridi ai complimenti, ma non ricambiare. Lo sai di essere figa.

9. Fai in modo che diventi il tuo zerbino.

10. Fatti fare regali costosi.

 

● Categoria: comportamento razionale indiretto.

 

1. Non cercare la sua approvazione. Non ti serve.

2. Non sentirti sua. Sei di tutti e di nessuno.

3. Tenerlo sempre sulle spine.

4. Non dire mai dove vai, con chi sei, cosa fai.

5. Mentirgli: su tutto.

6. Non cercarlo mai per prima.

7. Mistero sempre, comunque e ovunque.

8. Trattalo come un passatempo: hai altro da fare, no?

9. Farsi sempre prima i fatti propri. Poi vengono i passatempi.

10. Fagli credere (o meglio fallo davvero) che non è l’unico.

 

● Categoria: stati d’animo.

 

1. Non ti deve mancare: stai bene da sola.

2. Non ti deve battere il cuore: stanne alla larga se è così.

3. Mentire a te stessa: su tutto. Meglio che accettare la realtà.

4. Essere indipendenti. Non hai mica bisogno di qualcuno, spero!

5. Non agire mai d’impulso. Pensa.

6. Non dare mai certezze, non pensare di avere certezze.

7. Sei arrabbiata? Take it easy! Fatti una corsa, fai shopping, ma lui non deve sapere.

8. Sei gelosa? Mandalo a fanculo subito, senza problemi.

9. Triste? Ma che cavolo, esci con la riserva!

10. Orgogliosa? Sempre, ma sempre sempre.

 

● Categoria: utilizzo del sesso.

 

1. Il sesso principalmente è solo un mezzo per divertirti tu ed ottenere ciò che vuoi dagli uomini: ubbidienza, subordinazione, docilità.

2. Il sesso è un’arma: studiane i segreti perché ti darà modo di controllare gli uomini che potrai utilizzare a tuo piacimento.

3. Tu puoi avere un rapporto sessuale con un uomo più o meno quando vuoi. Questo ti pone in una situazione di consapevolezza e superiorità concreta rispetto a loro che, invece, devono sudare sangue. Tienilo a mente.

4. “Sesso” non vuol dire dargliela. Con poco sforzo puoi tenere in pugno quanti uomini vuoi, anche contemporaneamente.

5. In genere fai la “profumiera” : fagli sentire l’odore ma non dargliela mai.

6. Se proprio hai deciso di dargliela fai che sia solo per divertirti tu o per farlo diventare dipendente da te.

7. Quando un uomo ottiene tutto quel che vuole di sente appagato: non far mai sentire un uomo appagato, lo avrai in pugno.

8. Quando litighi con lui rinfacciagli sempre il sesso…Ricorda che la frase magica da dire sempre è: “Hai fatto i tuoi porci comodi eh?!?”

9. Se hai rapporti regolari e lui ha voglia, almeno una volta su cinque inventa una scusa e lascialo cucinarsi nel suo brodo.

10. Qualsiasi cosa tu faccia ad un uomo, ragazzo o marito che sia lui sarà disposto a perdonarti in cambio di un po’ di sesso. Usa questa loro debolezza e colpisci!!!

 

● Categoria: lasciare un uomo (sfigato?)

 

1. L’uomo, in genere, va lasciato sempre dopo un certo periodo (variabile da caso a caso).

2. Se un uomo comincia a piacerti sul serio, devi lasciarlo prima che la tua psiche ed il tuo senso di simpatia, amore, affezione o la tua “voglia di tenerezza” (se ne hai) ti ponga in una situazione di sottomissione, anziché di dominio.

3. Prima di lasciare un uomo (od uno dei tuoi uomini) accertati di avere già disponibile una o più ruote di scorta.

4. Quando lasci non farti mai e poi mai prendere da un senso di rimorso. Anche le mele sono “belle e buone”, ma ti servono per nutrirti. Così sono gli uomini: più sono “buoni”, più te li devi mangiare (per nutrirti di ciò che vuoi), dopodichè il torsolo lo puoi buttare.

5. Quando lasci un uomo, soprattutto se avete amicizie in comune, “accetta” che stai facendo – dal suo punto di vista – “qualcosa di cattivo”. Semplicemente sbattitene di tutto e di tutti. La cosa importante è il tuo appagamento. Se gli altri non sono d’accordo non sono problemi tuoi.

6. Quando lasci, fallo di colpo, senza avvisaglie, di punto in bianco. In modo da spiazzare totalmente la tua “vittima”. Non dare mai segnali di nessun genere.

7. Ignora sempre, sempre un uomo che hai mollato.

8. Non dare mai spiegazioni. Più te ne chiederà, più lui cucinerà nel suo brodo e tu lo avrai ai tuoi piedi, se lo vorrai “utilizzare” ancora in futuro.

9. Se proprio devi dire qualcosa ad un uomo che lasci, non dire mail la verità. Menti, menti spudoratamente. Più le bugie che dirai saranno grosse, più l’uomo psicologicamente tenderà a crederle e a prenderle per “verità assolute”.

10. Non ascoltare mai, dico mai, le frasi dei tuoi amici o parenti. Tipo: “Non dovevi lasciare Carlo. Lui si che ti voleva bene”. La vita è la tua e queste asserzioni idiote ledono la tua autostima ed hanno un’azione subdola, molto negativa sulla tua psiche. Di conseguenza su di te.

 

● And last but not least:

 

Non piangere mai. Se lo fai, hai perso la partita. Abbi sempre classe. Non cadere mai nel volgare.


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sabato, 17 ottobre 2009 @ 12:35

Quando una femmina ha voglia di cambiamento c’è un pericolo incombente, per chi le sta attorno.

E le motivazioni possono essere molteplici.

Analizziamole (si, ho 15 minuti in cui non ho un cazzo da fare…e allora?):

 

1)      pensa che la sua vita non è soddisfacente (con buona pace di mariti e fidanzati).

2)      Avverte il desiderio della maternità (un vero problema, se arriva alla mia età).

3)      Sente che sta per andare in menopausa (anche questo è un problema, ma non mi riguarda. No, non siamo costretti a rileggere il punto due. Non voglio ancora scetarmi alle 5 di mattina con un bimbo che mi strilla nelle chiocche).

4)      Non ha gratificazioni dalla sua vita professionale (molto piacere! Sono una precaria!)

5)      Si guarda allo specchio la mattina e pensa che vorrebbe che il suo compagno fosse un visagista.

6)  Crede che il suo parrucchiere utilizzi le bombe a mano, per tagliarle i capelli.

7)  Ha gli ormoni che ormai le sguazzano in corpo fanculizzando neuroni e materia celebrale.

8)  Ha bisogno di emozionarsi, sente che vuole nutrirsi di passione (che bello sarebbe trovarla in merceria!)

9)  E’ stata in un ufficio postale di Napoli ed ha capito che il mondo è tutto lì dentro (tra bollette, tasse, mortiate varie e guardate storte).

10)   Ha 15 minuti liberi e comincia a riflettere (facendo vagare la mente conclude che non vuole un nuovo taglio di capelli, che un nuovo paio di stivali non colmerebbe quel vuoto, che ha già provveduto a svaligiare il primo negozio di abbigliamento utile ed economico e che, quindi, ben poco le resta…)

 

Si. Io ho voglia di cambiamento.

Ma voi che dite? Lo cambio il template del blog?


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lunedì, 12 ottobre 2009 @ 17:20
Tanto tempo fa la Follia decise di invitare tutti i sentimenti per un’insolita riunione conviviale.
Raccoltisi tutti intorno ad un caffè per animare l’incontro, la Follia propose:
“Si gioca a nascondino?”
“Nascondino? Che cos’è?” Domandò la curiosità.
“Nascondino è un gioco” - rispose la Follia – “Io conto fino a 100 e voi vi nascondete, quando avrò terminato di contare comincerò a cercarvi e il primo che troverò sarà il prossimo a contare”.
Accettarono tutti.
Ad eccezione della Paura e della Pigrizia che rimasero a guardare in disparte.
1…2…3…La Follia cominciò a contare.
La Fretta si nascose per prima, dove le capitò.
La Timidezza, esitante come sempre, si nascose in un gruppo di alberi.
La Gioia corse festosamente per il giardino non curante di un vero e proprio nascondiglio.
La Tristezza incominciò a piangere perché non trovava un angolo adatto per occultarsi.
L’Invidia ovviamente si unì all’Orgoglio e si nascose accanto a lui dietro un sasso.
La Follia proseguiva la conta mentre i suoi amici si nascondevano.
La Disperazione era sconfortata vedendo che si era già a 99.
“Cento!” – gridò al Follia – “Adesso verrò a cercarvi!”
La prima ad essere trovata fu la Curiosità perché non aveva potuto impedirsi di uscire per vedere chi sarebbe stato il primo ad essere scoperto.
Guardando da una parte la Follia vide l’Insicurezza sopra un recinto che no sapeva da quale lato avrebbe potuto nascondersi meglio. E così di seguito furono scoperte la Gioia, la Tristezza e via via tutti gli altri. Quando tutti finalmente si radunarono la Curiosità domandò:
“Dov’è l’Amore?”
Nessuno lo aveva visto…Il gioco non poteva considerarsi concluso e così la Follia cominciò a cercarlo. Provò in cima ad una montagna, lungo il fiume, sotto le rocce, ma dell’Amore nessuna traccia…setacciando ogni luogo, la Follia si accorse di un rosaio, prese un pezzo di legno e cominciò a frugare fra i rami spinosi, quando ad un tratto sentì un lamento.
Era l’Amore che soffriva terribilmente perché una spina gli aveva appena perforato un occhio.
La Follia non sapeva che cosa fare, si scusò per aver organizzato un gioco così stupido, implorò l’Amore per ottenere il suo perdono e commossa dagli esiti di quel danno irreversibile, arrivò al punto di promettergli che l’avrebbe assistito per sempre.
L’Amore rincuorato accettò la promessa e quelle scuse così sincere.
Così da allora l’Amore è cieco e la Follia lo accompagna sempre.

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mercoledì, 07 ottobre 2009 @ 10:36
Probabilmente non tutti sanno che io sono napoletana d’adozione, che un anno fa esatto mi hanno consegnato il passaporto per accedere alla metropoli, ma che sono nata in provincia. A Torre del Greco, per essere precisi. Ho comunque denominazione di origine controllata, eh! Mica sticazzi! Ma se si tratta di intentare una causa civile nei confronti di qualcuno, il tribunale di competenza è quello di Torre Annunziata. E stamattina sono stata ascoltata in quanto testimone a favore della parte lesa. Non è stato tanto il colloquio con il Giudice a dar colore alla mattinata, quanto il prima e il dopo. Raggiungere quel posticino usufruendo dei pubblici trasporti non è stata cosa da poco. Soprattutto se consideriamo il fatto che la sede del tribunale civile è in una traversa sperduta, dimenticata da Dio. Dove non passa un’anima e puoi incrociare soltanto qualche pregiudicato che ora fa anche il parcheggiatore abusivo. Si, le mie scarpe ringraziano e i miei crampi vi salutano tutti. Ma quando poi ti capita anche di incappare in un coglione…beh…c’è da preoccuparsi. Soprattutto se, poi, con questo coglione molto probabilmente dovrai averci a che fare…Stavo tentando di tirar fuori dalla borsa il pacchetto di sigarette al fine di soddisfare il mio bisogno di nicotina in attesa dell’ora “X” (ero in anticipo) quando un tizio scende dalla sua auto (parcheggiata poco prima con l’aiuto dell’immancabile abusivo) , si avvicina alla sottoscritta ed esclama di colpo: «…Ah beh…partecipo anch’io se mi offri una sigaretta, collega!» Ho guardato il tizio e senza proferir parola ho pensato: “Oilloc’ o’ strunz’!” Ho girato il pacchetto mostrandoglielo proprio per offrirgli quell’accozzaglia di catrame e monossido di carbonio che fa così bene alla pelle, quando il suddetto (con tanto di fede in bella mostra) continua: «…Ah, che bello! Le Marlboro! E’ una vita che non ne fumo una. In compagnia, poi…» E ammicca. La mia mente comincia a vagare. E se fino a poco prima mi sono limitata a dargli dello stronzo, dopo quella frase e dopo quegli sguardi, ho dato libero sfogo a tutto il dizionario turpiloquio-italiano che è nei meandri della mia memoria, immaginandolo tornare a casa stasera accolto da moglie e figli. Magari pure piccirilli. Senza scompormi ho precisato di non essere una sua collega e gli ho poi chiesto: «Le offrirò una sigaretta senza alcun problema. Ma lei potrebbe essere così gentile da prestarmi il suo accendino? Se continuerò a cercarlo in borsa mi verranno le rughe, temo.» Il tizio in questione ha immediatamente tirato fuori dalla tasca dei jeans un accendino. E’ rimasto lì a fissarmi per un paio di minuti, poi ha preso coraggio ed ha chiesto: «Se non sei una collega di che ti occupi? Di dove sei? Che cosa ci fai qui? Come ti chiami?...» Stava per continuare a far domande, ma l’ho interrotto di colpo:
«Ha mai sentito parlare del diritto alla privacy?»
«Va bene, tanto ti terrò d’occhio» Ha fatto l’occhiolino e si è allontanato.
Poco dopo sono entrata in tribunale anch’io e l’uomo della sigaretta gironzolava tra colleghi vari ed eventuali, firmando fogli di carta, correndo a destra e a manca. Ma ogni tanto passava davanti alla sottoscritta. Quando il colloquio con il Giudice è finito sono allegramente uscita dall’aula sperando vivamente di non incontrare “Mister privacyechecazz’è?” e invece, la sfiga – questa conosciuta - , non ha tardato ad arrivare:
«Ciao! Ce l’hai un’altra sigaretta?»
«Eccola. Guardi, gliela do…Basta che…»
Il tizio m’interrompe: «Me la dai? Davvero?!?»
«Alludevo a un’altra sigaretta…»
«Vabbè, si…puoi anche cominciare con quella….» o.O
In tutto questo io stavo camminando cercando di raggiungere la stazione per tornare a Napoli e lui mi seguiva, continuando a fare domande:
«Perché non mi dici come ti chiami? Quanti anni hai? Come mai sei venuta in tribunale, stamattina? Non ti ho mai vista, altrimenti mi ricorderei di te…Che fai nella vita se non sei Avvocato?»
«Senta io non vorrei essere scortese, ma desidero soltanto tornarmene a casa…E poi scusi tanto eh, ma perché perde tempo con me anziché pensare a sua moglie?»
«Ah si? E dove abiti? Guarda se torniamo indietro ti do un passaggio in macchina...»
«No, grazie»
«Ma sei nervosa?»
«Senta oggi non è giornata, lasci perdere»
«Bene. Allora fai una cosa: lasciami il tuo numero. Se non è giornata oggi lo sarà domani.»
«No»
«Perché?»
Ho maledetto di non aver portato con me il fucile a pallettoni. Il tizio non si è schiodato fino a quando non sono arrivata alla stazione… Ma quanto mi piacciono i treni!

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giovedì, 01 ottobre 2009 @ 15:06

Ieri sera, ore 23.30 circa. Nei pressi di casa mia c’è un bar nel quale sono entrata per prendere un caffè. Si, io prendo il caffè anche a mezzanotte se ho voglia di provare uno dei piaceri della vita: il connubio tra caffeina e nicotina. Detto questo – non tergiverserò, state tranquilli – stavo allegramente fumando davanti all’ingresso della suddetta attività commerciale quando sono arrivati due tizi che conosco di vista. Uno è un meccanico che ha un’officina qui vicino, piuttosto famoso per il suo passato durante il quale si divertiva ad appoggiare un filo di cotone bianco sulla spalla di chi aveva appena effettuato un cospicuo prelevamento in banca. E’ famoso anche per gli anni che ha scontato a Poggioreale e per quelli che s'è fatto ai domiciliari. Ignoro il suo nome di battesimo. Tutti lo chiamano “Patanaro”. A dir la verità preferisco ignorare anche il motivo che ha spinto i più a dedicargli questo soprannome. L’altro è un ragazzo che per campare ha deciso di dedicare le sue mani allo scassinamento di porte, portiere, portoni. Vabbuò, fa il mariuolo. Il soprannome del secondo elemento non posso riportarlo qui. Rischierei di vedere il mio account disattivato nel giro di pochi secondi e di ritrovarmi l’FBI fuori la porta. I due mi salutano educatamente, mi chiedono se avevo già preso il caffè, appreso che non erano costretti ad offrirmelo (da queste parti, nel Bronks, quando vedono una ragazza nei pressi di un Bar quanto meno chiederle se ha già consumato qualcosa è d’obbligo) , hanno iniziato a chiacchierare tra loro. Ovviamente io ero tutt’orecchi. Riporto l’intercettazione ambientale:

“Uè Patanà”

(trad: uè Patanaro)
“Oh guagliò, ttappò?”

(trad: ciao ragazzo, tutto ok?)
“Patanà ‘e ccos’ nun’ vann bbon”

(trad: Patanaro, le cose non vanno per il verso giusto)
“Che è stat?”

(Cosa è accaduto?)
“Mah nient’. Quesso è i pobbema”.

(Nulla. E’ proprio questo il problema)
“A fatic?”

(Alludi al lavoro?)
“Eh. Mannagg’ a culonn’ re sord! Tenev ‘mman duemila euri e me l’agg’ vist e scippà”.

(trad: si, accidenti ai soldi! Avevo tra le mani un affare di 2000 Euro e mi è scappato)
“Chi se l’ha futtut?”

(Chi te l’ha fatto scappare?)
“No, nisciun. M’eva fa nu lavor’, ma po’ e ghiut’ a puttan’ tutt’ cos’. E mò stong’ a curt’. Ston g’ a problem’ patanà! Io nun teng criatur, tu o saje. Però che cazz! Saje quann t’e sient’ mman e sord’?”
(trad: no, nessuno. Avevo un lavoro da fare, ma è saltato tutto. Ora ho dei seri problemi economici, davvero sei mio caro Patanaro. Io non ho figli, ma che diamine! Hai idea di quando un bel mucchio di soldi te li senti tra le dita e subito dopo li vedi scivolare via?)

 

Patanaro ha guardato il ragazzo, forse ricordando i bei tempi andati con un pizzico di malinconia.
Gli ha messo una mano sulla spalla e con aria dolce, ma allo stesso tempo decisa gli ha detto:
“Guagliò, ma che bbuò? Tu staje arrubbann! Vuliss’ pur’ o ccafè vicin?”

(trad: ragazzo, non ti sembra di pretendere un po’ troppo? Tu stai rubando…Ti aspetti anche che il destino ti offra un caffè?)


P. (anche il soprannome del mariuolo comincia con la stessa lettera) guardava in basso, fissava le sue scarpe mentre ascoltava la voce dell’esperienza, quella di Patanaro continuare a parlargli:
“Nun l’e piglià accussì. Primm’ o poi coccos’ faje. Jamm’ mò ja. Pigliamm’c o cafè”.

(trad: non prenderla così male. Prima o poi riuscirai a concludere qualcosa. Sù, sù. Ora andiamo a prendere il caffè).
L’ha trascinato con sé all’interno del bar.

Intanto la mia sigaretta era finita.
Sto seriamente pensando di trasferirmi altrove.


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domenica, 27 settembre 2009 @ 00:05

Qualcosa c’è che vorrei scrivere. Ma non so cosa. O meglio: saprei anche quali parole utilizzare, ma per essere chiara ed estrapolare davvero dal cuore quello che vorrei spiattellare su “carta” seppur digitale, dovrei scrivere una lettera. Con tanto di “Caro” iniziale. Caro un cazzo! Diventerebbe un post mieloso, di difficile comprensione per chi non conosce la storia (due persone al mondo, a parte la sottoscritta) e non servirebbe ad una beneamata mazza. Uno psicologo – no, allo psichiatra non ci sono ancora arrivata – mi consiglierebbe di scrivere in terza persona. Per aiutarmi a prendere le distanze da quel che sto vivendo. Ma sto davvero vivendo quel che sto vivendo? O quel che sto vivendo vive esclusivamente nella mia testa? No, non chiamate il 118.  Procuratemi un cuore nuovo, piuttosto. Cancellate dalla mia memoria alcuni ricordi che mi sto ostinando a non affossare in quella polverosa e nascosta stanza, ma che conservo vivi, colorati, traboccanti di gioia. Prendete un cassino…Tanto quei ricordi, quelle belle parole, tutto quel tempo speso, sono cose scritte col gesso bianco su una lavagna. Basterebbe un colpo solo. E verrebbe via tutto. Il problema è che la sottoscritta non riesce a farlo. Avrei bisogno di un’endovena di forza, una flebo di coraggio per fare quel che andrebbe fatto. Ed ora come ora, detto tra noi, non ci starebbe male una scarica di ossitocina. Per farmela avere basterebbe un abbraccio. Dato col cuore. Ma sono sola davanti al Pc. E il monitor – nonostante i passi da gigante della tecnologia – non ha ancora le braccia.

“No, non sono pessimista. Sono sfigata”. (cit.)


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giovedì, 17 settembre 2009 @ 13:16
...

Non credo che oggi valga la pena scrivere qualcosa. Meglio il silenzio.


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sabato, 12 settembre 2009 @ 21:05
Sarà forse questione di segno zodiacale (qualcuno di voi sa se il Toro è innatamente sfigato?) , oppure di ascendente (e il Leone?) , oppure di orario di nascita, o magari di Saturno che quando sono nata aveva l’emicrania…Ma la sfiga, questa conosciuta, ormai fa parte di me. Ieri, tardo pomeriggio, avevo bisogno di un mezzo a due ruote che mi garantisse di arrivare in tempi celeri al supermercato dove sto andando ogni giorno a fare la spesa. Non volevo prendere l’auto anche per evitare che il mio sistema nervoso abbandonasse il mio corpo per bestemmiare per conto suo in mezzo al traffico che c’era sull’Appia. Il caso (o la jella…poi capirete perché) ha voluto che beccassi una mia conoscente in vespa. Lei si accingeva a metterla in garage, io con la faccia da paracula gliel’ho chiesta in prestito. La ragazza non ha battuto ciglio: “Ok – mi ha detto – se si tratta di andare a fare soltanto la spesa non c’è problema. Prendila pure. I documenti sono sul davanti, nel cassetto sotto il manubrio. Ci sono anche gli atti del passaggio di proprietà”. Me lo ha specificato visto che l’ha presa un paio di mesi fa, acquistandola dal suo meccanico a Napoli. Si, perché la tipa è napoletana. Monto sul ciclomotore e comincio a percorrere il lungomare. Quel vento sulla faccia mi ha fatto per un attimo pensare che avrei potuto chiedere tutto, alla vita. Giunta alla rotonda che, una volta attraversata, mi avrebbe fatta arrivare al supermercato suddetto mi sono vista davanti una paletta alzata da un uomo in divisa. L’uomo in questione era accanto ad un altro bipede che indossava la sua stessa uniforme ed entrambi facevano da contorno ad un’auto scura con a lato una striscia rossa e una scritta bianca: “Carabinieri”. Metto la freccia, accosto, mi fermo.
“Documenti” , mi ha detto uno dei due con l’espressione seria e l’aria quasi imbronciata.
Ho aperto il cassettino ed ho tirato fuori i documenti dell’assicurazione, quelli del passaggio di proprietà ed un altro paio di carte che erano lì dentro.
Oltre alla mia patente, recuperata dai meandri della borsa.
“Un attimo che controllo” , ha aggiunto quel ragazzo che avrà avuto si e no trent’anni. L’altro è rimasto accanto all’auto ed ha chiamato il centro operativo facendo controllare il numero di targa della vespa, numero di telaio e quant’altro.
In quegli istanti il mio unico pensiero era il mezzo Kg di pane che dovevo acquistare per la cena.
“Signorina, scenda dalla vespa”.
Io – che ci ero rimasta seduta sopra incurante di quanto sarebbe poi accaduto - : “Perché?”
Lui: “Perché lei è seduta su una vespa che risulta rubata”.
Io: “o.O CHE?!?”
Lui: “Il numero di targa è ok, ma dal numero di telaio risulta da ricercare”.
“Addio al mezzo Kg di pane”. Questo è stato il mio primo pensiero.
“Guardi, le spiego…io non c’entro nulla (per la serie: Io? Nun’ sacc’ nient’!!! Rispettando la religione omertosa napoletana) . Questa vespa mi è stata prestata da una ragazza che conosco giusto per andare un attimo a fare la spesa. Non sono io la proprietaria. Vede? Sui documenti non c’è il mio nome…”
“Si, ma sulla vespa c’era lei. Per quel che ne sappiamo potrebbe anche averla rubata con la sua amica”.
“Uh marò! E mò?!?”
“Per il momento lei è in stato di fermo. Ora convocheremo anche sua amica e la faremo venire in Caserma”
Io: “Quella stronza non è una mia amica!!! :|”
“Signorina, moderi il linguaggio!”
Mi hanno portata in Caserma ed ho atteso circa tre quarti d’ora che quella mia conoscente (in quegli istanti ho dubitato più volte della morale della madre di quella ragazza, appellandole i nomignoli più schifosi) mi raggiungesse al fine di chiarire tutto.
“…E ringrazi Iddio che non mandiamo a prendere la sua amica con una gazzella, ma che le consentiamo di raggiungerci!” – Me l’ha detto uno dei due Carabinieri che mi avevano fermata circa un’ora e mezza prima passando davanti a me e avendo ricevuto un secondo prima una guardata storta che credo di non aver mai fatto a nessuno, nella vita.
“Quella stronza non è una mia amicaaaa!!!!”
Arrivata la proprietaria della vespa si è limitata a dire che l’aveva acquistata a Napoli dal suo meccanico e che, da quel che sapeva, era un tipo apposto. Ecco. È stato proprio quel “da ciò che ne so” che mi ha quasi fatto venire una crisi isterica. :|
“E’ necessario che venga rintracciato il suo meccanico, allora. Dovrà essere lui a chiarire come mai questa vespa risulta rubata dal numero di telaio…”
La stronza ha chiamato il meccanico che, fortunatamente, si è precipitato oltre il Garigliano per venirci a salvare. Si, perché intanto anche lei era lì con me.
“Dici la verità: per sparagnare ti sei comprata la vespa pezzottata…” , le ho detto con l’aria alquanto incazzata.
Lei: “No! Maccheddici-perchimihaipre
so-iosonounafigliadipapàmicahoproblemieconomicie blablabla”.
Risultato: stavo per farle lo strascino quando è arrivato il meccanico suddetto che ha chiarito con i Carabinieri la situazione. Quella vespa gli era stata davvero rubata ed era stata ritrovata dalla Polizia napoletana che, attraverso i numeri magici (li voglio anch’io!) della Piaggio , era riuscita a capire che si trattava di quel ciclomotore per il quale era stata fatta la denuncia non molto tempo prima. Piccolo particolare: i puffi partenopei si erano scordati di fare comunicazione alla motorizzazione civile circa il ritrovamento della vespa in oggetto.
La prossima volta m’ha facc’ a per’. Almeno sono sicura di riuscire a comprare il mezzo Kg di pane.

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sabato, 05 settembre 2009 @ 08:59

Dopo quel che ho vissuto l’altra mattina ho iniziato a pensare a quanto la lettera “G” sia ricorrente nella mia vita. Il mio “spirito guida” (si, quello che sogno spesso…) ha il nome che inizia con la lettera G, una persona della quale sono stata innamorata in gioventù, pure. La sera in cui sono partita, come sapete, ho incontrato Giggino ed alcuni giorni fa è stata la volta di Gioacchino. Precisiamo subito che il luogo in cui mi trovo, a Settembre, è meraviglioso: silenzioso, tranquillo. E’ vicinissimo al mare e circondato da terre da coltivare. L’altro giorno, alle 6.30 del mattino, sono stata costretta a sbarrare gli occhi. Mi alzo, preparo il caffè e quel rumore che aveva disturbato il mio sonno si fa man mano più insistente. Le mie occhiaie marcavano il viso, mi è sembrato anche di vedere una ruga guardandomi allo specchio. Decido di afferrare il toro per le corna e raggiungere il responsabile per pregarlo di smettere e darmi modo di dormire ancora un po’ o comunque di far riposare le chiocche consapevole del fatto che mi sarei beccata un sano “mavaffanculochiticonosce!!!”. Il rumore, per capirci, era quello di un trattore. Mi sono avvicinata al recinto che separava dal resto del mondo la terra dove quella macchina infernale stava compiendo il suo lavoro e alluccando con tutto il fiato che avevo in corpo, ho iniziato ad attirare l’attenzione del contadino che lo guidava: un uomo anzianotto, apparentemente settantenne, dagli occhi vispi, l’espressione furba. Indossava una camicia a quadroni blu, un paio di pantaloni verdi, quegli stivali in gomma con i quali puoi anche attraversare le sabbie mobili e un cappello di paglia consumato dal tempo. Era un tizio da incorniciare, se si ha il gusto dell’orrido. Il contadino miracolosamente mi sente dopo circa un quarto d’ora di allucchi, spegne il trattore e mi fa: “Che ghiè?” Non mi lascio intimorire dal suo linguaggio poco aulico, certa che ci saremmo capiti in qualche modo:

“Mi scusi, posso entrare un attimo? Avrei bisogno di chiederle un favore”… Non so se abbia capito davvero quel che ho detto, ma ha fatto un cenno dandomi il permesso di aprire il recinto e avvicinarmi a lui. Mentre camminavo è sceso dal trattore: 150 cm di uomo, fisicamente simile a una botte. Arrivata davanti a lui gli ho detto (guardandolo dall’alto per causa di forza maggiore, non per snobbismo): “Buongiorno…” Mi ha interrotta chiedendo nuovamente: “Che ghiè?” , evidentemente incuriosito dalla mia presenza. Io: “Si, buongiorno. Mi scusi se la disturbo. Io sono qui in vacanza. Mi rendo conto che lei deve lavorare, ma potrebbe evitare di utilizzare il trattore alle 6.00 del mattino? Come sa, quando non si lavora, spesso la sera prima si fanno le ore piccole. Svegliarmi così presto mi crea sonnolenza per tutto il resto della giornata, oltre a provocare un potenziale cedimento dei miei nervi. Chessò…potrebbe lavorare dalle 9.30 o dalle 10.00? Almeno fino a quando sono qui. Non mi tratterrò ancora molto. Sono certa che lei è una persona di cuore e che può capirmi…”

Mentre parlavo quel nano (con tutto il rispetto per chi convive con una bassa statura) mi guardava attentamente. Un po’ dappertutto. Pendevo dalle sue labbra, attendevo un cenno di approvazione che mi avrebbe garantito dormite a Padreterno per il resto della vacanza, quando questo mi dice: “Comungue io mi chiamo Gioacchino. Tu come ti chiami?” o.O

Io: “Teresa Pinto, piacere. Signor Gioacchino, allora? ”

Lui: “La terra ave bisogno d’esse cottivata ambresso la matina. Si s’ fa troppo taddi poi esce lu sole e mi va a buttane tutto. La ncappucciata, le pummarole, le mulignane, li meluni. Poi dipente, tu che mi dai per me fa lavorà tardi la madina? Io me sceto alle cingue tuttejuorne. Coccccos aggià fà”…

“Beh potrei prepararle un dolce, per il disturbo”.

“C’ho il diabbete”.

“Potrei regalarle una bottiglia di vino…”

“C’ho l’ipertensione”.

“Potrei comprarle un libro…”

“Unsacclegg’”

“Potrei regalarle un CD…”

“Uuuhhchèèè???”

Ero avvilita. Disperata. Priva di forze. Psichiche e fisiche. Non sapevo cosa inventarmi. Anche perché quello gnomo, intanto, mi squadrava dalla testa ai piedi in maniera piuttosto imbarazzante. Ad un tratto è arrivata in mio soccorso una donna che lo ha portato via. Era sua figlia. Si è gentilmente scusata per il casino che suo padre aveva creato e per l’atteggiamento che aveva avuto nei miei confronti (evidentemente il nano ha precedenti). Mi ha spiegato che Gioacchino è fissato in modo patologico con la terra, le pummarole e tutto il resto. Tant’è che la mattina presto lei e il marito sono quasi costretti a legarlo alla sedia per non farlo uscire ad usare il trattore. Pensandoci bene, però, mò glielo faccio lo stesso un regalo a Gioacchino: un cappello di paglia nuovo.


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giovedì, 27 agosto 2009 @ 11:25
Sono partita da Napoli alle 21.00, venerdì sera. Voi direte: “Embè?!?”. Il fatto è che quando si viaggia di sera si fanno sempre gli incontri più strani se ci si ferma ad un autogrill per prendere il caffè o, come nel mio caso, perché in astinenza da nicotina. Arrivo all’ingresso della stazione di servizio e la porta non si apre. Ritento: niente. “Cacchio – penso – allora è vero che sono la sfiga che cammina…Me lo sento, morirò a furia di prendere a capate la porta…” Comincio a farmi sentire, a comunicare alla cassiera un po’ a gesti e un po’ utilizzando la mia candida vocina che la porta era bloccata. Arriva in mio soccorso il Principe Azzurro. Un tizio sulla cinquantina con addosso una canottiera bianca (sporca di Dio solo sa cosa sul davanti), con i bordi ingialliti, la panza prorompente, un paio di jeans che molto probabilmente sarebbero stati in piedi anche da soli e un paio di zucculilli. Si, è vero. L’aspetto lasciava molto a desiderare. Ma è stato il mio salvatore. Ha tirato con forza la porta - con la mano libera visto che l’altra era occupata da una pizza di scarole – , facendomi entrare. Aveva la bocca piena e non ha quindi potuto rispondere al mio flebile ringraziamento. Pronunciato con un filo di voce, per non disturbare il suo pasto. In verità lo guardavo anche con l’aria un poco schifata, ma questa è un’altra storia. Acquisto le sigarette. Il tizio resta alle mie spalle. Mi avvio alla porta e prima che la mia manina possa afferrare la maniglia per tirarla e uscire, il panzone fa uno scatto felino e me la apre. “Uà! E chist’ è nu signor’!” Ringrazio, esco e vedo una cosa alla quale sorprendentemente non avevo fatto caso pochi minuti prima di entrare (misteri dell’astinenza!): un grosso camion in moto, pieno di fronzoli, lucine colorate e con in alto, al centro del vetro anteriore una scritta in verde: “O’ mericano”. Stavo soffermandomi a guardare quello scempio , quando dietro di me arriva il suddetto panzone e senza tentennare , con voce sicura, mi dice:  “E’ bell’ eh?”  “Più che altro è suggestivo…” , ho replicato per non deluderlo. Inutile dire che il camion era il suo e che nel giro di 10 minuti mi ha raccontato di chiamarsi Giggino, quel che trasportava, che quello era un lavoro che faceva per non starsene con le mani in mano (la mia faccia mentre parlava era questa, con l’esattezza: o_O) , che aveva 4 figli riconosciuti e che era della provincia di Caserta. Di Marcianise, per essere precisi. Io ho continuato ad ascoltarlo aspettando una sua pausa per svignarmela, ma nell’Autogrill aveva fatto un pieno di minerale che evidentemente gli consentiva di non sputare a terra un attimo. Ad un tratto mi ha testualmente detto: “Si, ma quessa nun’ è unattttività che faccio sempe. N’a vota ogni tant, accussì. E poi io sono anco propiettario caseario, d’attronde”. Se prima la mia faccia era questa o_O , ascoltando l’ultima frase, credo che la mia espressione non sia esplicabile a mezzo tastiera. Nonostante la mia voglia di fuga ho capito cosa intendesse dire (traduzione: io non ho particolarmente bisogno di questo lavoro, essendo tra le altre cose , proprietario di case e appartamenti). Non mi sono persa d’animo. Mai arrendersi nella vita. Manc’ annanz’ ‘e sciem’! Con voce dolce e calma gli ho chiesto: “Ah! Interessante. D’altronde a cosa fa le mozzarelle?” Questo mi ha guardata perplesso, ha smesso di masticare il tramezzino che nel suo stomaco stava facendo a cazzotti, credo, con la pizza di scarole che ingurgitava quando mi ha aperto la porta dell’autogrill e mi ha detto quasi strabuzzando gli occhi: “Signurì seconto me a voi i caddo novvi fa molto bene. Io ho tetto che sono proppiettario caseario…” La discussione si stava facendo pesante. Avrei dovuto spiegargli troppe cose ed ho preferito far finta d’essere cretina. A volte conviene. Ho quindi annuito e sorriso. Lui ha continuato imperterrito: “E’ come se vi avessi tetto che faccio il patanaro…mica voleva dire peffozza che vendo le patate!?” Ha aggiunto facendo pure l’occhiolino.
Ho alzato il sopracciglio sinistro, ho salutato educatamente e sono andata via.
Un saluto a tutti. Pure a Giggino.

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